NODI

  1. nodo delle guide

Nasce dal nodo savoia (ad otto), si infila il corrente (il capo della corda) nelle asole dell’imbrago e si ripassa, in senso inverso, il nodo già fatto ottenendo un’ottima tenuta allo strappo ma una certa difficoltà per lo scioglimento. Inizialmente si forma un otto senza stringerlo, si fa poi passare la corda nelle asole dell’imbrago. Infine si fa ripassare in senso inverso l’otto fatto in precedenza e si stringe.

  1. barcaiolo

È un nodo per l’autoassicurazione, in altre parole è il vincolo che lega la cordata alla parete. E’ fondamentale essere in grado di realizzarlo con una mano sola, in qualunque posizione e con la corda passante dentro il moschettone. Con la corda nel moschettone, prendere con due dita un capo e formare un’asola incrociandolo con l’altro capo. Mettere l’asola nel moschettone. La corda resta così bloccata in entrambe le direzioni, ma i capi possono essere facilmente regolati per allungarne uno o l’altro. Il nodo resta facilmente scioglibile anche dopo un forte strappo.

  1. mezzo barcaiolo

È un nodo di facile esecuzione, usato per l’assicurazione, che permette di accompagnare i movimenti del compagno di cordata sia per dare corda sia per recuperare. Permette lo scorrimento della corda, ma funziona da freno, e permette un rapido bloccaggio senza sforzo. In figura con A è indicato il capo a cui è legato il compagno e con B il capo libero. Prendendo con due dita il capo libero realizzare un’asola ed inserirla nel moschettone senza incrociare con il capo A. L’unica differenza dal barcaiolo consiste proprio nel non incrociare i due capi.

  1. doppio inglese

È usato per la giunzione di due corde (anche di diverso diametro). E’ bene che i capi delle corde siano sufficientemente lunghi in modo che in caso di forte sollecitazione possa sciogliersi per lo scorrimento dei capi stessi. Si accoppiano le corde realizzando uno o due nodi semplici. Ripetere l’operazione con l’altro capo. Stringere bene, facendo in modo che i due gruppi di spire realizzate si contrappongano, tirando alternativamente i quattro capi.

  1. nodo prusik

Il Prusik è un nodo fondamentale utilizzato in tante discipline su corde. E’ possibile avvolgerlo sia ad una corda singola che ad una doppia, e anche il numero di spire può variare d’accordo con l’utilizzo. Di solito, tutti i nodi della famiglia dei prusik vengono fatti con un cordino di diametro inferiore a quello della corda, ma anche il tipo e la consistenza delle corde adoperate sono importanti. Il prusik ha come caratteristica principale il fatto che può essere legato con un cordino chiuso ad anello (con un nodo doppio inglese). E’ anche un nodo simmetrico, il che lo rende bi-direzionale.

 

EQUIPAGGIAMENTO

CORDA

Rappresenta la parte più importante della catena che compone la nostra sicurezza. Innanzi tutto nell’alpinismo va usata una corda dinamica che, a differenza di quella statica, possiede una certa elasticità: in pratica, in caso di caduta, il suo allungamento permette di assorbire una parte dell’energia prodotta dalla caduta stessa diminuendo l’impatto sul nostro corpo (fattore choc).

 

Sono costruite in materiali sintetici (nyolon e perlon): la struttura interna “anima”, è composta da fili sottilissimi attorcigliati in modo da formare più trefoli a loro volta attorcigliati. L’anima è rivestita dalla camicia o calza costituita dall’intreccio di fili formanti un tessuto tubolare colorato e avente scopo protettivo dai raggi del sole e dalle abrasioni.

Spessori
In base all’attività da svolgere troviamo corde da 10-11 mm, usate generalmente nell’arrampicata sportiva, vengono dette corde intere o semplici e sulle quali è riportato il simbolo 1 (vedi figura) insieme al marchio UIAA; nell’alpinismo classico sono più usate le mezze corde spesse 8-9 mm sulle quali è riportato il simbolo 1/2 che sta a significare che non può essere usata singolarmente ma in coppia con un’altra mezza corda.

Le lunghezze variano tra i 50 e i 60 m (anche se in commercio si trovano anche corde da 70 o 100 m), anche in questo caso dipende dall’attività: in arrampicata sportiva sono preferibili corde da 60 m (molti monotiri sono superiori ai 25 m e lunghezze di corda inferiori non sarebbero sufficienti per la discesa in doppia), mentre per la scalata classica si usano generalmente corde da 50-55 m.

Un approfondimento sul significato di monotiri, discesa in doppia, e l’uso delle corde intere e delle mezze corde lo si rimanda alla sezione corsi.

Manutenzione

Quando riponete la corda assicuratevi che sia in un luogo fresco e asciutto, lontano dai raggi solari (mai all’interno dell’auto posteggiata al sole !) e distante da prodotti acidi e olii. Ogni 5-6 mesi (dipende anche dalla frequenza d’uso) lavatela con acqua fredda, senza sapone e asciugatela stendendola in un posto ombroso e ben areato. Evitate di calpestarla quando la utilizzate in montagna, soprattutto con i ramponi !!! Infine qualche controllo periodico: visivamente e al tatto, controllate che la calza sia integra e priva di abrasioni o zone più morbide o, addirittura, che non ci siano parti esposte dell’anima; poi, facendola scorrere tra le dita, controllate che non ci siano rigonfiamenti, bitorzoli o irregolarità dello spessore che evidenzierebbero danni interni. Ad ogni modo, salvo cadute, una corda intera usata durante i fine settimana e le vacanze, andrebbe sostituita dopo circa 5 anni, la mezza corda dopo 2 anni e mezzo.

L’IMBRAGATURA

Serve per collegare la corda all’alpinista distribuendo l’impatto di un’eventuale caduta sulle parti più resistenti del corpo. In commercio è possibile trovarne di diversi tipi: interi (foto 1), bassi (foto 2), imbottiti, regolabili, con più o meno porta-attrezzi….generalmente sono realizzati con fettuccia in fibra poliammidica o poliestere e garantiti per carichi di rottura di 16 Kn. L’importante è la solita garanzia del marchio CE; il marchio UIAA non viene messo negli imbraghi bassi in quanto considerati poco sicuri in caso di lunghi voli in ambiente montano (differente dalle attività del climber !) anche se recenti studi in materia dimostrano il contrario.

 

IL CASCO

   Costituito da calotta in materiale sintetico molto leggero, come ogni casco che si rispetti per l’uso per cui è stato costruito, deve resistere ad urti e colpi senza rompersi, ovvero se si rompe è per evitare che lo faccia la testa ! Deve essere provvisto di sottogola, attaccato al bordo del casco in due punti per lato, e di struttura interna che permetta la regolazione della distanza della testa dall’involucro del casco (una maggiore distanza è indice di maggior sicurezza)

Una raccomandazione solita per tutti i casi che ne prevedono l’uso (dalla moto al lavoro..): è fondamentale usare il casco, sia per l’accidentale caduta di pietre o altri oggetti (al compagno o ad un componente di un’altra cordata può anche sfuggire di mano un moscettone o qualsiasi altro attrezzo), sia in caso di urto contro la roccia. I marchi riportati sul casco (UIAA e CE), garantiscono che il prodotto acquistato sopporta un peso di 5 Kg che cade da un’altezza di 2 metri trasmettendo allo scalatore una forza non superiore a 10 kN.

 

SCARPETTE DA ARRAMPICATA

Generalmente è consigliabile prendere delle scarpe con qualche numero in meno rispetto alla nostra misura, ma questo dipende dalla forma della calzata, dalla ditta costruttrice e dal tipo di arrampicata che si vuole affrontare. Sicuramente una scarpetta tipo ballerina tende a “cedere” con l’uso. Quelle con allacciatura possono comunque essere regolate meglio. Inoltre una calzatura morbida, priva di intersuola è leggera e molto sensibile, ma dà poco sostegno al piede che deve essere quindi più muscoloso; scarpette semirigide affaticano meno il piede ma al contrario non permettono la stessa sensibilità in caso di arrampicata in aderenza.

MOSCHETTONI E RINVII

Il Moschettone trova largo impiego nell’attività in montagna. In generale, in arrampicata, viene utilizzato come collegamento tra la corda ed il resto della catena di sicurezza (sia essa un chiodo, l’imbrago, il discensore o quant’altro). Il moschettone, avendo un sistema di sicurezza (leva + eventuale ghiera) che ne impedisce l’apertura accidentale, assicura che la corda non si sganci. Costituito da leghe leggere, si trova in commercio con forme differenti a seconda dell’uso cui è destinato:

Moschettone a D: viene usato per i rinvii (fig. a sx).

Il moschettone a D con la leva di chiusura diritta è utilizzato

per l’inserimento nel chiodo; con leva di chiusura curva

serve per facilitare l’inserimento della corda.

 

Moschettone a “pera”: come quello della figura a sx, viene

utilizzato per tutte le manovre di corda in genere, la parte più larga

permette di realizzare dei nodi con la corda e di avere spazio sufficiente

per manovrarli.

 

Moschettoni ovali: hanno generalmente una resistenza inferiore rispetto a quelli a pera, non sono quindi adatti alla progressione ma possono essere utilizzati nella catena per la discesa o la calata.

Il Rinvio: non è altro che l’insieme composto da due moschettoni a D (uno con leva diritta e l’altro con leva curva), uniti da una fettuccia. Con il rinvio è possibile creare un collegamento tra un chiodo (fissato nella roccia e nel quale viene inserito il moscettone con leva diritta) e la corda che può scorrere all’interno dell’altro moschettone.

Manutenzione

I moschettoni richiedono una semplice pulizia periodica e la lubrificazione della molla di chiusura della leva. La durata dipende sempre dall’uso che ne facciamo: l’esame visivo è molto importante per verificare che non sia consumato o piegato, ma anche nel caso sia stato sottoposto a forte sollecitazione (in caso di “volo”) o abbia subito dei colpi è meglio disfarsene e sostituirlo.

Tutti i moschettoni sono marchiati UIAA e CE e su di essi è indicata la resistenza in tutti i sensi di sollecitazione espressa in kN.

FETTUCCE E CORDINI

Per i CORDINI, valgono molte delle considerazioni già fatte per le corde: sono costruiti con poliammide e la loro struttura è identica: in pratica sono corde di diametro compreso tra i 4 e gli 8 mm (diametri inferiori non vengono considerati per usi alpinistici) e, quindi, hanno resistenze molto inferiori (salvo cordini particolari usati come fisse ausiliarie). In commercio si trovano in matasse e vengono venduti a metri: acquistando uno spezzone e unendone i capi mediande il nodo “doppio inglese”, possiamo ottenere un anello.

Anche le FETTUCCE vengono costruite in poliammide e necessitano pertanto delle stesse cure. Come i cordini vengono usati per ottenere degli anelli. In commercio si trovano fettucce piatte o tubolari (queste ultime più resistenti), di larghezze variabili nell’ordine di qualche cm (spessori superiori ai 2 cm sono sconsigliati nell’uso con moschettoni sui quali può creare tensioni laterali), vendute cucite (anelli di fettuccia già belli e pronti i cui capi sono cuciti) o a metri (i cui capi vengono uniti mediante il nodo fettuccia), esistono inoltre dei “preparati” da abbinare con i moschettoni a “D” come rinvio con lunghezze variabili tra i 10 e i 25 cm.

Manutenzione

Valgono le stesse considerazioni già viste per le corde.

 DISCENSORI E FRENI

Possiamo trovare in commercio un’incredibile varietà di freni a seconda del tipo specifico di attività; lo scopo è comunque quello di frenare in modo quasi istantaneo una caduta (in caso di sicura al compagno) o di bloccare la corda (freni-autobloccanti) o per effettuare una discesa con la corda (da qui il termine discensore). A titolo esemplificativo possiamo menzionare alcuni di questi attrezzi abbinandoli al tipo di attività: per una discesa con la corda (corda doppia), il più classico è il “discensore a otto”, ma sono validi anche la “placchetta con molla” peraltro ormai soppiantata dal “tubo”; come freni autobloccanti (si bloccano automaticamente in caso di forte sollecitazione o semplicemente togliendo la presa dall’attrezzo), da utilizzare per fare sicura al compagno di cordata troviamo il “grigri” o lo “yoyo” o, come autobloccante anche per risalire la corda, lo “shunt”. Per l’uso corretto di ogni freno (tipo di attività, quantità e spessore delle corde da abbinare, ecc.), viene allegato al prodotto un depliant descrittivo della casa costruttrice, sul quale è riportato anche per quanto tempo è garantito e le sollecitazioni massime cui può resistere.

Generalmente sono costruiti in alluminio o sue leghe con alcune parti in acciaio. Dato il tipo di materiale, con l’uso ed il continuo sfregamento con la corda, tendono ad assottigliarsi e a “bruciare” la corda stessa (ossia consumarne la calza). Per questo motivo è necessario controllarli di tanto in tanto (come del resto tutta la nostra attrezzatura), e mantenerli puliti.

Manutenzione 

Sicuramente è importante la pulizia (in genere con acqua e senza mai usare solventi); va conservato sempre lontano dai raggi diretti del sole o da fonti di calore (tutte avvertenze di carattere generale che valgono sempre per i materiali usati in alpinismo !). Per quanto riguarda l’uso, soprattutto nel caso dei discensori, bisogna evitare discese o manovre veloci che implicano un forte sfregamento con la corda e quindi alte temperature sul materiale (capita spesso di scottarsi quando, alla fine di una doppia, prendiamo l’otto in mano per liberarlo dalla corda !!!).

CHIODI E MARTELLI


Anche se le vie sono in parte già protette (possibilità di trovare spit, tasselli o chiodi già in loco o adirittura soste già pronte), avere a disposizione qualche chiodo non è poi tanto male….anzi!!
Rappresentano il migliore ancoraggio artificiale (quelli naturali sono costituiti dalla roccia: spuntoni, clessidre..), di cui possa disporre una cordata per la propria assicurazione. Ben piantati nella roccia riducono la lunghezza di eventuali cadute o servono

per creare punti di sosta intermedi.

Esistono svariati tipi di chiodi: forme, dimensioni e materiali differenti ne consentono l’impiego in qualsiasi tipo di fessura o buco nella roccia; ciò nonostante la chiodatura non è una tecnica semplice, intanto perchè al momento di chiodare non siamo certo in una posizione comoda, e poi è necessario saper valutare tipo e dimensione di fessura o buco della roccia per abbinare il chiodo adatto (possibilmente alla prima!), piantare il chiodo facendo attenzione che poi non risulti impossibile metter il moschettone, tener conto che il compagno di cordata dovrà recuperarlo, e altro ancora….

E’ superfluo dire che per piantare i chiodi occorre un martello!! L’unico consiglio utile è quello di dare un’occhiata al peso al momento dell’acquisto: anche pochi grammi alla lunga fanno la differenza.

BLOCCHETTI

Come i chiodi sono ancoraggi artificiali: danno qualche garanzia in meno (attenzione a come li mettete!), hanno una buona tenuta anche se generalmente in un’unica direzione, non rovinano assolutamente la roccia lasciandola integra e permettono di dar sfogo alla fantasia per il loro impiego: è scontato dire che ne esistono una gran varietà in forme e dimensioni a seconda del tipo di roccia e tali da poter sfruttare ogni tipo di fessura che troviamo in parete. I blocchetti da incastro possono essere a cuneo (a forma di piramide rettangolare tronca, adatti per fessure strette possono essere sfruttati utilizzando tutte le su facce), a esagono o eccentrici (prismi esagonali irregolari adatti per fessure più larghe), a mezzaluna (detti anche nuts, ottenuti perfezionando quelli a cuneo: conferendogli una faccia concava ed una convessa si adattano meglio alle irregolarità della fessura), a camme (la possibilità di ruotare gli permette di adattarsi alla larghezza della fessura), meccanici a doppia camma regolabile (detti comunemente friends, trovano ampio uso in buchi e fessure potendone adattare la larghezza mediante una molla).

TECNICA DI ARRAMPICATA

Si definisce tecnica di arrampicata l’insieme delle posizioni e movimenti che ci permette di ascendere, con il minimo sforzo possibile, superfici verticali che presentano difficoltà sempre maggiori.

Concetto di equilibrio

Alla base di un buon equilibrio deve esserci la conoscenza del termine di “baricentro”, che tecnicamente non è altro che il punto di applicazione della risultante di tutte le forze/pesi che agiscono su un corpo. Nel corpo umano, normalmente, il baricentro è identificato con il bacino: più il bacino è sulla verticale dei piedi (punti di appoggio), più avremo un buon equilibrio. Nelle seguenti figure capiamo subito l’importanza di non restare con il corpo “aderente” alla superficie di una parete quasi verticale per mantenere l’equilibrio.

Nella prima figura vediamo come agisce, su qualsiasi corpo, la forza di gravità, indipendentemente dall’inclinazione del terreno. Nel disegno di destra è indicata la corretta posizione del corpo durante l’arrampicata: il busto rimane staccato dalla parete, il bacino (e quindi il nostro baricentro), rispetto ai piedi, è sulla stessa retta della forza di gravità, ottenendo così un buon equilibrio.
Viceversa se avvicinassimo il busto e l’anca verso la parete, mantenendo i piedi nella stessa posizione del disegno, la direzione bacino/piedi avrebbe un’inclinazione nettamente diversa rispetto alla forza di gravità (indicata dalla linea rossa tratteggiata), causando la perdita dell’equilibrio (i piedi e di conseguenza il corpo tenderebbero a scivolare)

Ma se nella figura appena vista è possibile mantenere l’equilibrio utilizzando quasi ed esclusivamente la forza delle gambe, quando la progressione avviene su un terreno sempre più verticale, bisogna necessariamente ricorrere all’uso delle mani.

Nella posizione indicata nella seconda figura, per mantenere l’equilibrio, è indispensabile utilizzare anche gli arti superiori: la freccia 3 indica la direzione del peso del corpo a causa della forza di gravità; le frecce 1 e 2 indicano le direzioni degli sforzi che compiono rispettivamente gli arti superiori e quelli inferiori.

Da sottolineare che è fondamentale imparare a distribuire correttamente il peso del corpo: le mani devono essere utilizzate in trazione solo per evitare la caduta, mentre la maggior parte del peso deve essere scaricata sui piedi che “premono” contro la parete. Durante la progressione saranno le gambe a spingere verso l’alto, mentre le mani accompagneranno il movimento di salita.
Non dimentichiamo infatti che quelli delle gambe sono i muscoli più forti e sono in grado di reggere grossi sforzi anche prolungati; le braccia (e soprattutto le dita), si stancano ben presto!

La progressione

La posizione segnata in figura è molto importante: esaminiamola bene per capire i movimenti in progressione. Le mani sono circa all’altezza del viso, la gamba A è praticamente distesa (e su di essa grava il peso del corpo), mentre l’altra (indicata come B), è pronta ad effettuare il passo successivo: il peso del corpo verrà progressivamente caricato su quest’ultimo arto permettendo di salire fino a che che la gamba B risulti distesa. Contemporaneamente, mantenendo fermi gli arti superiori, anche la gamba viene sollevata sino a portarsi all’altezza dell’appoggio dell’arto B. A questo punto abbiamo raggiunto una posizione in cui entrambe le gambe sono distese e le mani sono ad un’altezza inferiore rispetto le spalle: muovendo una mano alla volta, cercheremo degli appigli più in alto per ristabilire la posizione degli arti superiori come in figura (ossia all’altezza del viso).
Attenzione: muovere solo un arto per volta per garantire la massima sicurezza.

Nei disegni di questa pagina il nostro alpinista è raffigurato durante un’arrampicata diretta:
è posizionato frontalmente alla parete e, per la sua progressione, sfrutta le asperità della roccia poste sul piano che ha di fronte a sè.
Se oltre ad avere una parete davanti, ne avesse un’altra di fianco (come se si trovasse nell’angolo di una stanza), durante la progressione potrebbe utilizzare le asperità di entrambe le pareti rocciose: questo tipo di arrampicata si definisce arrampicata in opposizione.

Visti questi primi concetti, possiamo ora parlare delle tecniche che si utilizzano per salire su una parete di roccia sfruttando tutte le sue asperità che si distinguono in:

  • appoggi se sfruttate dai piedi;
  • appigli se utilizzate dalle mani.
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